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“Non ci sarà nessuna generazione Covid a meno che gli adulti e, soprattutto, gli educatori non insistano a pensarla e a nominarla così lasciando ai nostri ragazzi il beneficio torbido della vittima: quello di lamentarsi, magari per una vita intera, per le occasioni che sono state ingiustamente sottratte loro.”

Queste sono le parole che  Massimo Recalcati ha pronunciato durante un’intervista pubblicata su “ La Repubblica” a Novembre 2020. Parole che esprimono in modo chiaro e diretto, come sempre sa fare lui, un concetto che ai molti ancora oggi, a distanza di quasi un anno, pare sia difficile giungere.

Parole che condivido e che dovrebbero farci riflettere sul fatto che noi adulti in questo periodo storico così difficile, probabilmente per via dei nostri dissidi, delle nostre ansie, delle nostre confusioni, abbiamo perso di vista.

Noi, i grandi, ci siamo smarriti più dei nostri ragazzi e così facendo abbiamo smesso di essere per i giovani una guida, una sicurezza. 

Siamo noi i responsabili dell’immagine che gli adolescenti odierni avranno di se stessi tra qualche anno. Noi genitori, noi educatori, noi in quanto membri fondamentali di una società. Ed è per questo che dobbiamo per primi dare un forte e positivo segnale a questi ragazzi, non il “andrà tutto bene” ,ma il chiarimento di quanto questo periodo possa essere fonte di crescita, di adattamento e superamento delle avversità. 

Da docente mi è capitato spesso di confrontarmi con genitori preoccupati ed ansiosi forse più dei loro stessi figli per questo prolungarsi della DAD, e mi chiedo se questo atteggiamento non possa in qualche modo inconsciamente essere recepito dai loro ragazzi, rendendoli insicuri e ancor più in ansia in un periodo della vita, quello adolescenziale, già di per sé critico.

Nella lunga intervista di cui inerisco uno stralcio, Recalcati dice: “Se i nostri ragazzi non hanno potuto beneficiare di una didattica in presenza nel corso di quest’anno, se hanno perduto una quantità di ore e di nozioni significative e di possibilità di relazioni, questo non significa affatto che siano di fronte all’irreparabile.

“Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria. Insegnare davanti ad uno schermo significa non indietreggiare di fronte alla necessità di trovare un nuovo adattamento imposto dalle avversità del reale testimoniando che la formazione non avviene mai sotto la garanzia dell’ideale, ma sempre controvento, con quello che c’è e non con quello che dovrebbe essere e non c’è.

Si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria, evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori.

Infine conclude con delle parole di incoraggiamento necessarie:

“Coraggio ragazzi, siete sempre in tempo anche se siete in ritardo! È, in fondo, nella vita, sempre così per tutti: siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo.

Ed è così che la penso, si è sempre in tempo per recuperare.

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