Come ogni anno durante le vacanze ci becchiamo il boccone amaro dei risultati delle prove invalsi. Prove che dovrebbero fotografare la situazione della scuola italiana, quella del primo anno fuori covid e che come al solito sono allarmanti.


Inutile dire che queste prove saranno oggetto di studio delle varie fondazioni legate a Confindustria come Fondazione Agnelli e Treellle per dirci che per l’ennesima volta è colpa degli insegnanti.

Al di là della narrazione perenne del divario nord-sud, proviamo a porre l’attenzione sul fenomeno grave che qualcuno addebita in parte anche al covid (finalmente c’è un altro responsabile oltre ai docenti), sarebbe il caso di intervistare i ragazzi per capire come sia possibile una cosa del genere: metà di loro alla secondaria avrebbe problemi di comprensione del testo. Molti di loro, i più svogliati hanno addirittura risposto a caso alle domande e ciò avrebbe sicuramente falsato i risultati.

Non è la prima volta che leggiamo dati del genere ed io mi sono sempre posto una domanda: una volta stabilita la diagnosi, dov’è la cura? Francamente in tutti questi anni non ho visto alcuna cura. E senza una cura come si può pensare che il “malato” guarisca?

Ma quale cura potrebbe essere valida per guarire? Provo a fare una analogia gastronomico-alimentare. Se dopo un periodo in cui un individuo mangia cibo spazzatura, ingrassa, ha valori sballati, insomma, comincia ad avere problemi di salute, cosa gli si consiglia? oltre ai farmaci, sicuramente, il riequilibrio della dieta, l’abbandono di certi cibi , insomma il ritorno al passato.

Ecco, forse potrebbe essere sufficiente tornare ad una didattica di 10 o 20 anni fa? Comprendere un testo significa saper leggere, gli studenti non leggono più, neanche sui social. Mi sono capitati studenti che hanno avuto difficoltà a leggere la consegna di un compito di informatica. Hanno sviluppato soluzioni non richieste.

Gli studenti sui social si sono trasformati in spettatori passivi di video e immagini, meme e nulla di più. Migliaia, milioni di figure con al più una breve frase spesso sgrammaticata. Anche la comunicazione su whatsapp è ridotta ai minimi termini. Domande e risposte telegrafiche, max 4 parole. Spesso vocali per pigrizia.

Se incrociamo i dati delle invalsi con quelli delle promozioni a scuola viene fuori uno scenario assurdo: è mai possibile che nonostante metà degli studenti abbia problemi del genere passi all’anno successivo? E’ chiaro ed evidente che non intervenire anche drasticamente , abbassare il livello, valutare con superficialità, trasformi alcuni studenti atrofizzandone le competenze di comprensione del testo.

Ma quale può essere il rimedio di fronte ad una tale atrofizzazione? Come è possibile invertire la rotta? Mia nonna analfabeta già l’avrebbe trovata: leggere, leggere, leggere. Perchè noi guardando lontano pensando a chissà quali tecnologie sopraffine, perdiamo di vista la soluzione che forse abbiamo sotto gli occhi. Ci sono studenti che arrivano alla maturità senza aver mai letto un libro per intero. C’era una volta la biblioteca di istituto, in alcune scuole si sono persino perse le chiavi delle vetrine piene di libri impolverati.

Ricetta scontata, quindi, perchè non tentarla? Serve un nuovo umanesimo della scuola pubblica, un’era in cui oltre a valorizzare le competenze tecnologiche (al momento ci sono gli strumenti ma non si usano neanche quelli), occorre valorizzare i metodi tradizionali ormai abbandonati. Occorre una scossa che sia in grado di proporre agli studenti la bellezza della lettura. Occorre un cambio di ritmo in questa vita frenetica, perchè in verità il periodo Covid potevamo (me compreso) trascorrerlo leggendo e imparando parole nuove.

Quando frequentavo la seconda media, 40 anni fa, l’insegnante di lettere ci portò nella biblioteca comunale. Non avevo mai visto tanti libri insieme. Lei stabilità un accordo con il personale della biblioteca e ottenne 20 libri per noi, in prestito. Li portammo in classe, ognuno ne scelse uno, aveva una settimana di tempo per leggerlo. Poi lo avrebbe scambiato con un altro. Erano libri per ragazzi, non importava cosa raccontassero, era importante che leggessimo e ci appassionassimo. L’insegnante aveva iniziato un solco dentro cui qualcuno di noi era finito andando avanti da solo. Per qualche anno sono andato in biblioteca a prendere in prestito decine di libri e leggere. Ricordo con piacere che persino mio padre, quinta elementare, leggeva i libri miei di seconda mano. Dopo averli letti li passavo a lui poi riconsegnavo.

Ecco, forse occorre che qualche insegnante di lettere ricominci dalla “base”: leggere. Ma non potremo aspettarci che tutti gli studenti accettino questo invito. Occorre motivare, occorre incentivare, anche i genitori. Occorre che una promozione abbia un senso e non sia un fatto scontato. Perchè se da un lato l’incentivo e la motivazione possono avere effetto su alcuni studenti, dall’altro è necessario che quegli studenti che non raggiungono determinati risultati, ripetano l’anno, cosa che accade raramente per paura di qualche ricorso, ma questo è un altro argomento. Ciò non vuole essere una critica agli insegnanti ma verso un sistema che disincentiva la bocciatura e la considera una condanna mentre rappresenta uno strumento formativo.

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