Professione Insegnante
per
“rappresentare i docenti e la specificità della loro professione”
“contrastare il plagio culturale ed ideologico perpetrato sui docenti”
(dal documento
programmatico)
1.
La nostra ‘professione’
Nel documento programmatico Professione Insegnante enuncia l’obiettivo
primario di “rappresentare i docenti e la specificità della loro professione” e
di contrastare il plagio culturale ed ideologico perpetrato sui docenti”.
Le due enunciazioni richiedono una breve spiegazione: la prima perché ha il
sapore di uno slogan, la seconda perché rischia di collocarsi nella polemica
sterile.
Partiremo dalla prima, poiché riteniamo che non si possa capire ciò che noi
intendiamo per “specificità della professione” senza prendere coscienza di quale
sistematica violenza culturale sia all’origine di una concezione di
‘professionalità’ che nega se stessa nel momento stesso in cui si pone.
E’ possibile che le finezze del tracciato politico ci sfuggano, ma,
semplicemente, ci pare che alla acquisizione di una professionalità per la
docenza concorrano sostanzialmente due cose: la preparazione nell’ambito
disciplinare di interesse specifico e la comprensione del mondo quale è stato,
è, e potrebbe divenire. Appare ovvio, in questa ottica, che studi di carattere
sociologico, pedagogico, didattico (e la filosofia? e la storia?) debbano
essere corredo naturale di coloro che si pongono l’obiettivo di insegnare.
Questo in rottura con un passato gentiliano che poneva la conoscenza
disciplinare come unico requisito della docenza.
Ma, accanto a questo, ci pare altrettanto ovvio che questi studi dovrebbero
porre le condizioni per una relazione critica con il mondo e non per una
sua banale accettazione.
Ora, la definizione di professionalità quale si è venuta delineando e
consolidando nell’ultimo decennio va in tutt’altra direzione.
Non ad una relazione critica essa conduce ma ad una consonanza
acritica, che pervicacemente difende se stessa, insinuando il perverso
messaggio che l’errore non sia tanto nella concezione della scuola e
dell’insegnamento, quanto nella sua applicazione e che, quindi, non si tratti
che di completare l’opera: in una parola perfezionare il docente.
Il mondo politico raggiunge per questa via un duplice obiettivo: il primo è
quello di confermare se stesso, il secondo di identificare una cible,
ovvero un bersaglio per i possibili fallimenti.
Quanti docenti si sono trovati - in questi anni - sulle pagine di qualche
quotidiano locale per aver dato troppe insufficienze? Perché, se ci sono troppe
insufficienze, l’inadeguatezza è comunque e sempre dell’insegnante.
Abbiamo parlato di una professionalità che conduce ad una conformità acritica.
Cerchiamo ora di entrare nel dettaglio.
Siamo tutti testimoni delle trasformazioni avvenute negli ultimi anni, sappiamo
tutti come si sia operato un cambiamento sia di committenza che di mission,
come si sia passati, cioè, dalla committenza data al docente dallo Stato alla
committenza delle famiglie e dal mandato di istruire e di educare istruendo, ad
un mandato più ampiamente e genericamente educativo.
Non è questa la sede per riflettere sull’origine e le cause di tutto questo.
Quello che ci interessa mettere in luce qui è il fatto che la cosiddetta delega
educativa non è stata conferita al docente ma all’Apparato Anonimo, nato dallo
spirito antiautoritario ed egualitario del ’68 e cresciuto secondo i dettami
della cultura consumistica. Alla quale diviene perfettamente funzionale,
facendo propri i criteri cardine di questa cultura: il totale rimando
all’individuo, ai suoi bisogni e alle sue scelte.
E predisponendo i propri strumenti : docenti preparati in consonanza con il
paradigma pedagogico imposto dalla cultura consumistica ed inseriti in un
apparato burocratico gerarchico che ne punisce le eventuali devianze (il docente
che dà troppe insufficienze).
La consonanza acritica che viene posta-imposta al docente di fatto lo
indebolisce fino ad annullarlo, delegittimando totalmente il suo ruolo.
E rendendo così di fatto difficilissima, talora quasi impossibile, l’azione
educativa.
Si tratta quindi a questo punto di tentare di operare un’inversione di tendenza.
La specificità saliente della professione
consiste per noi – e qui risiede
il tratto che ci distingue - nel suo collocarsi all’interno di un ruolo
educativo che rileva al docente.
Al docente culturalmente preparato e professionalmente libero, al docente in
relazione critica con la realtà e che alla stessa relazione sappia
avviare i giovani che gli sono affidati.
10 ottobre 2009 – Serafina Gnech - Associazione Professione Insegnante