didattica

Trivia, Diana, dal triplice volto, chiama Dante la luna in un'immagine di paradisiaco splendore. Anche per gli antichi la luna era la dea dalle tre facce: Artemide, la vergine fanciulla, falce di luna crescente; Selene, la luna piena; Ecate, la dea degli inferi, la luna calante che scompare nell'Oceano.

Quando Galileo nel '600 scopre la superficie ineguale della luna, svelando ciò che la scienza classica aveva rimosso, segna una svolta epocale nell'immaginario del cielo. Ma la luna non perde, anzi aumenta la sua carica di seduzione e di mistero, non più una limpida sfera cristallina, ma realisticamente offuscata da macchie e imperfezioni. Da primo gradino dell'incorruttibile regno dei cieli, diventa un regno imperfetto, destinato a scatenare negli uomini fantasie di esplorazione e di conquista. La dialettica vicinanza-lontananza, che caratterizza da sempre la partecipazione dell'uomo alla vicenda lunare, come mostra Calvino nelle Cosmicomiche, si presenta anche sul piano delle teorie astronomiche.

Ma in nessun secolo come nell' 800 i poeti hanno amato tanto i paesaggi notturni e, con essi, la luna.

Le ragioni sono profonde e si legano alla fortuna che nella cultura romantica ha il tema dell'indefinito, dell'infinito, del vago. Il tema del notturno converge con quello della solitudine, ora amata o temuta, ora fonte di piacere e angoscia. La luna funge da specchio che rimanda gli impulsi dell'io, positivi e negativi. Interlocutrice privilegiata della poesia di Leopardi, in “Alla luna” viene ribadito il carattere di amicizia con il poeta: il paesaggio si interiorizza e la luna porta su di sé i segni della condizione soggettiva del poeta. Un rapporto di intima consonanza anche nella “Vita solitaria”  tra la propria ricerca di solitudine e lo spettacolo di un tranquillo paesaggio lunare. Lontano dalla città corrotta, solo, in mezzo alla campagna. Nel “Bruto minore”, la luna assiste indifferente al suicidio dell'eroe sconfitto: una svolta netta nel loro rapporto. Estranea alle virtù e alle imprese eroiche, impassibile assiste alle vicende dell'uomo. Sicuramente complice di questa situazione, l'esperienza della malattia e la riflessione sul vero con cui approda ad una visione meccanicistica dell'universo. Caduta l'illusione di una natura buona, entra in crisi il colloquio con la natura. Ricompare soltanto in una remota, gelida lontananza, nel “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia”, dove la luna appare silenziosa, vergine, intatta. I suoi sempiterni giri, ormai sganciati da qualsiasi partecipazione umana, misurano solo il tacito infinito andar del tempo, un tempo sempre uguale a se stesso, senza scopo e senza senso. Una sconsolata allegoria del destino umano. Chi parla non è più l'eroe ma il semplice pastore che, a nome dell'intera umanità, rivolge alla luna le domande accordate e senza risposta: “Dimmi o luna: a che vale/al pastor la sua vita,/la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende/questo vagar mio breve,/il tuo corso immortale?”.

O falce calante, qual messe di sogni/ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!”. Così D'Annunzio si rivolge alla luna che, velata di prezioso argento, richiama i riverberi che il mare assume grazie alla sua luce. La rappresentazione del notturno è suggestiva e raffinata, impreziosita dalla presenza dell'ultimo quarto della luna; sono esaltati gli aspetti estetizzanti del decadentismo dannunziano, in pochi versi, attraverso una serie di sinestesie proibitive gioca sulla loro musicalità e sulla sensualità delle immagini che ne derivano.

In una dimensione tutta personale, l'Assiuolo di Pascoli che apre le danze con la domanda: 

“Dov'era la luna? ché il cielo/ notava in un'alba di perla,/ ed ergersi il mandorlo e il melo/ parevano a meglio vederla./" La descrizione del paesaggio notturno affascina: il cielo è chiaro come l'alba grazie alle stelle, lucenti come poche altre volte. Perfino gli alberi sembrano sporgersi per vedere la luna, timidamente nascosta tra le nubi; il paesaggio è incantevole con la melodia del mare e i fruscii dei cespugli che rasserenano l'anima. L'ambiente viene solo momentaneamente e a più riprese, disturbato da un sussulto lontano che si leva tra i campi: chiù. Una presenza minacciosa, angosciosa che riecheggia il pianto di morte, che rievoca ricordi tristi e pensieri tormentati, che provoca una scossa al cuore e, ancor peggio, che impedisce il godimento totale della magia di una notte stellata, come quella di Van Gogh, perché avvolta dal mistero e dalla morte. 

Anche nel “Alla sera” di Foscolo la riflessione tocca inevitabilmente questo tema: quello della “fatal quiete”. Ancor più netta è l'espressione “nulla eterno” (l'Unsinn, il “solido nulla” di Leopardi  valsogli, secondo alcuni, l'appellativo di nichilista a cui è stata preferita la filosofia dell'ontologia del nulla), che indica la morte in termini materialistici. La sera non è guardata come una generica immagine di finitudine umana e mondana, ma nei caratteri realistici e puntuali che le conferiscono le stagioni, in termini cioè terreni e materiali. Il suo potere non riguarda misteriose associazioni irrazionali, ma si esercita sull'interiorità umana e psicologica del poeta attraverso un meccanismo che questi si impegna a rendere comprensibile. Il sentimento di caducità dà un senso di limitatezza all'esperienza individuale e storica. Un modello, questo di “Alla sera”, non proprio di equilibrio, ma il suo fascino punta proprio sulla armonizzazione di motivi e temi contrapposti: slancio vitale e idea della morte, angoscia e rasserenamento. Un invito a misurarsi senza orrore con i grandi temi esistenziali.

Il confronto, per contrasto. è ancora una volta con “La mia sera” di Pascoli, inserita nella dimensione più personale della propria intimità, espressione intensa del suo simbolismo poetico. La descrizione della sera è connotativa; essa porta serenità dopo una giornata di tempesta ed indica la vecchiaia del poeta e si anticipa la soggettività del componimento, in cui i dati oggettivi assumono un significato esistenziale. Una delle cifre significative della poesia pascoliana consiste nel suscitare, attraverso una serie di immagini semplici, una trama impressionistica compenetrata da un forte espressionismo. “La mia sera” non fa eccezione e, dopo un quadro denso di simboli, ascoltiamo i bisbigli, le voci, i canti della madre.

Ho riportato alcune delle voci più belle e significative della letteratura italiana in quanto a notturni e, più specificatamente, alla luna; ci sarebbe molto altro da aggiungere e da scrivere, se solo ce ne fosse il tempo...

Mi sono sempre chiesto cosa abbia portato alla realizzazione di questi affascinanti versi, quale fantasia abbia mosso le penne audaci di poeti così unici, perché proprio e solo loro ne siano capaci.

Galimberti spiega e scioglie, in tutta la semplicità del suo linguaggio evocativo, ogni mio dubbio: la FOLLIA, cos'altro altrimenti?

“Che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai,/silenziosa luna?...ancor non sei tu paga/di riandare i sempiterni calli?/ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga/di mirar queste valli?”. Chi potrebbe domandarsi cose simili? Un folle, verrebbe da dire; ma come dare del folle ad un genio della letteratura italiana? Eppure, dice il professore, è proprio questa la chiave di lettura: la follia è ben più potente della ragione e chi sapientemente riesce a incanalarla, crea qualcosa di unico, che si sottrae al tempo. Bisogna smarginare, prendere dei rischi, trovare un'ulteriorità di senso, proprio nella trasgressione della ragione. I poeti sono i più arrischianti, dirà Heidegger, proprio per la follia poetica che li spinge a esprimersi come nessun altro sarebbe in grado: un'operazione rischiosa. Ricordarsi sempre che guardare un'opera d'arte è come ammirare una perla, dimenticando che essa è la malattia della conchiglia, senza la quale non sarebbe mai nata e scardinare le regole, senza mettere da parte il folle dio che ci abita. Ecco il motivo.

Antonio Marinucci, classe VA,  I.I.S "A. Volta", Francavilla al Mare   a.s. 2019/20