Ieri i miei studenti hanno assistito ad una lezione particolare. Avevamo in collegamento il giornalista RAI Stefano Mensurati il quale spiegava agli studenti l’importanza di una corretta informazione della scelta degli argomenti meritevoli di attenzione. A causa della grande quantità di informazioni, Mensurati spiegava anche il fatto che ci siano dei limiti (di tempo nei TG in tv, di spazio nei giornali) che occorre rispettare.

Nel frattempo mi tornava in mente la lettera del nostro collega scomparso nella tragedia di Ravanusa, lettera profonda ed emozionante. Una lettera che è balzata agli onori della cronaca solo a causa della sua morte.


Allora mi sono chiesto come mai una brutta notizia venga subito sbattuta in prima pagina sui giornali e di una cosa del genere veniamo a conoscenza sempre a causa della brutta notizia della morte tragica cel collega Pietro Carmina. Qualcuno ricorderà ad esempio il caso della “prof” di lingue che ebbe una relazione con il ragazzino quindicenne, che poi prof. non era ma una infermiera che dava lezioni private. Qualcuno ricorderà qualche eclatante sentenza che ribalta un voto di scrutinio, sentenza addirittura di un TAR, come se ormai i voti fossero questioni amministrative di grande importanze e non solo un fatto didattico. Pochissimi ricordano notizie “scoop” di qualche eccellenza, nessuno ricorda giornali che si siano cimentanti nell’elogio di qualche docente che dopo 43 anni di servizio ripercorre la sua storia professionale e lascia un testamento didattico ai suoi studenti. Una eroe silente, come tanti insegnanti, migliaia, decine di migliaia.

Ma la cosa più interessante spesso resta il fatto che Pietro comunque rimane e rimarrà nella memoria dei suoi ragazzi fin quando essi avranno la possibilità di ricordare. Ognuno di noi ricorda i propri insegnanti e di loro ne ricorda qualità e difetti. E’ forse questo il “segno” che lascia un “insegnante”, è forse nel significato etimologico della parola che descrive il suo mestiere che sta racchiuso il fine ultimo del mestiere più bello del mondo: lasciare un segno. Ecco la lettera che ormai già conoscete.

Questo è il discorso del 2018 che nessuno avrebbe mai conosciuto.«Ai miei ragazzi, di ieri e di oggi. Ho appena chiuso il registro di classe. Per l’ultima volta. In attesa che la campanella liberatoria li faccia sciamare verso le vacanze, mi ritrovo a guardare i ragazzi che ho davanti. E, come in un fantasioso caleidoscopio, dietro i loro volti ne scorgo altri, tantissimi, centinaia, tutti quelli che ho incrociato in questi ultimi miei 43 anni. Di parecchi rammento tutto, anche i sorrisi, le battute, i gesti di disappunto, il modo di giustificarsi, di confidarsi, di comunicare gioie e dolori, di altri, molti in verità, solo il viso o il nome. Con alcuni persistono, vivi, rapporti amichevoli, ma il trascorrere del tempo e la lontananza hanno affievolito o interrotto, ahimè, quelli con tantissimi altri. Sono arrivato al capolinea ed il magone più lancinante sta non tanto nell’essere iscritto di diritto al club degli anziani, quanto nel separarmi da questi ragazzi. A tutti credo aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di avere ricevuto di più, molto di più. Vorrei salutarvi tutti, quelli che incontro per strada, quelli che mi siete amici sui social, e, tramite voi, anche tutti gli altri, tutti, ed abbracciarvi ovunque voi siate. Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita; una delle mie soddisfazioni la coscienza e la consapevolezza di avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista. Ho imparato qualcosa da ciascuno di voi, e da tutti la gioia di vivere, la vitalità, il dinamismo, l’entusiasmo, la voglia di lottare. Gli anni del liceo, per quanto belli, non sempre sono felici né facili, specialmente quando avete dovuto fare i conti con un prof. che certe mattine raggiungeva livelli eccelsi di scontrosità e di asprezza, insomma …. rompeva alla grande. Ma lo faceva di proposito, nel tentativo di spianarvi la strada, evidenziandone ostacoli e difficoltà. Vi chiedo scusa se qualche volta non ho prestato il giusto ascolto, se non sono riuscito a stabilire la giusta empatia, se ho giudicato solo le apparenze, se ho deluso le aspettative, se ho dato più valore ai risultati e trascurato il percorso ed i progressi, se, in una parola, non sono stato all’altezza delle vostre aspettative e non sono riuscito a farvi percepire che per me siete stati e siete importanti, perché avete costituito la mia seconda famiglia. Un’ultima raccomandazione, mentre il mio pullman si sta fermando: usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non “adattatevi”, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l’iphone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi ( rammentate il coniglio del mondo di sofia? ). Io ho fatto, o meglio, ho cercato di fare la mia parte, ora tocca a voi. Le nostre strade si dividono, ma ricordate che avete fatto parte del mio vissuto, della mia storia e, quindi, della mia vita. Per questo, anche ora che siete grandi, per un consiglio, per una delusione, o semplicemente per una risata, un ricordo o un saluto, io ci sono e ci sarò. Sapete dove trovarmi. Ecco. Il pullman è arrivato. Io mi fermo qui. A voi, buon viaggio».

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