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Mar, Nov

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A volte è inevitabile chiedersi: come mai tanti progetti di educazione ambientale lodevolissimi, ben pensati e ben organizzati, lasciano spesso il tempo che trovano, finiscono per trascinarsi stancamente da un anno all’altro, senza incidere davvero su una mentalità indifferente alle piccole e grandi devastazioni dell’ambiente, da quelle più vicine a noi a quelle planetarie, e non cambiano niente nel mondo attorno a noi? Verrebbe da dire, con una sorta di marxismo di ritorno, che la stessa educazione può poco se non si cominciamo a cambiare concretamente abitudini e "strutture" della realtà in cui viviamo.

Il primo esempio lampante che si potrebbe portare in tal senso è il fatto che nella maggior parte delle scuole non si fa nemmeno la raccolta differenziata che, tra l’altro, rappresenta già una risposta molto parziale al problema dei rifiuti, della produzione di oggetti inutili, dello spreco di risorse...

Come si fa ad educare al rispetto dell’ambiente in luoghi in cui questo rispetto non viene praticato? I ragazzini sono tutt’altro che stupidi, e colgono immediatamente la contraddizione tra il dire e il fare: quando nelle mense scolastiche vedono gli imballaggi barocchi e i cibi serviti nella plastica, quando vedono gli stessi insegnanti approvvigionarsi con disinvoltura alle macchine distributrici di bottigliette, merendine e bevande servite nella plastica (oppure, per fare un altro esempio, non li vedono mai muoversi a piedi o con i mezzi pubblici), ogni discorso sul rispetto dell’ambiente diventa poco credibile e scollegato dalla realtà. Invece, per dire, la diffusione di una vera e concreta cultura del riuso, che parta dai comportamenti degli adulti, potrebbe rappresentare un'opportunità educativa immensa, contro la sciatteria folle e irresponsabile dell'usa e getta.

Certo, questo aspetto “pratico” deve poi collegarsi al ruolo profondamente culturale della scuola, chiamata a fornire agli studenti strumenti di effettiva conoscenza e di interpretazione critica della realtà. Rispetto a un recente passato, nel quale le tematiche ambientali erano affrontate in modo piuttosto blando e senza la drammatica urgenza che le notizie sulla devastazione del nostro Pianeta portano con sé, qualcosa sta cambiando. Dopo le grandi manifestazioni degli studenti dei Fridays for Future, in molti hanno cominciato a riflettere sul ruolo che la scuola dovrebbe avere nel sostenere la consapevolezza degli studenti, anche attraverso la diffusione di una corretta informazione sulle tematiche dei cambiamenti climatici. 

Le questioni di cui occorrerebbe occuparsi a tale proposito sono pressoché infinite; qui però vorrei concentrarmi su un aspetto particolare, quello della paura.

Quando noi insegnanti tentiamo di spiegare ai ragazzi la realtà degli sconvolgimenti ambientali che la Terra sta subendo e che - in assenza di radicali trasformazioni del nostro modo di vivere, di produrre e di consumare - subirà presumibilmente in maniera esponenziale nel prossimo futuro, suscitiamo senz’altro interesse e curiosità; al tempo stesso, ci troviamo di fronte reazioni di ansia e di paura, che sfociano non di rado in un senso di paralisi o nel diniego. Di fronte a notizie come “entro il 20..  i ghiacci dell’Artico saranno scomparsi…”, “l’innalzamento delle temperature è vicinissimo al punto di non ritorno”, “isole di plastica grandi come nazioni…”, non dovremmo avere più pace, né noi né i nostri studenti, dovremmo smettere di pensare a qualunque altra cosa e cambiare immediatamente il nostro stile di vita, fare la rivoluzione; invece… niente. Già, forse perché prospettive così apocalittiche ci terrorizzano, e la nostra mente rifugge sempre da ciò che è troppo grande da affrontare; la paura è paralizzante, e ci lascia dentro un senso di impotenza. Potrebbe essere questo il meccanismo difensivo da smontare, quello che porta ad un’incomprensibile forma di sordità e di indifferenza e che coinvolge bambini, adolescenti e adulti.

In realtà lo verifichiamo soprattutto negli adulti: ci si rifugia in qualunque affermazione pseudo-scientifica rassicurante e consolatoria (“Il cambiamento climatico non c’è, non è di origine antropica, lo dice Zichichi, lo dice Rubbia…”), si preferisce tenere la testa sotto la sabbia, pur di non guardare in faccia la realtà e di non sentirsi costretti a un inevitabile cambiamento. La buona notizia è che invece i ragazzi, nonostante tutte le apparenze e il pregiudizio da parte di chi non li conosce davvero, sono molto più disposti degli adulti a mettersi in discussione, se qualcuno gliene dà la possibilità con affettuose e autorevoli azioni educative...

Insomma, come fare a dare ai nostri studenti il senso della gravità della situazione, unico rimedio all’indifferenza e, al tempo stesso far sì che il terrore per la possibile fine del mondo che conosciamo non diventi paralisi ma speranza e forza di cambiamento?

Una strada è quella di trasformare la paura in azioni che diano ai ragazzi l’idea che qualcosa è possibile fare ed evitare così il senso di impotenza: andarcene tutti in bicicletta, non consumare più cibi spazzatura (compresa buona parte della carne che mangiamo) o smettere di usare bottigliette di plastica, ad esempio, potrebbe diventare parte di una guerra sfrontata e divertente, volta a colpire gli interessi economici criminali che stanno distruggendo il nostro Pianeta.

L’altra è quella di far comprendere la drammaticità della situazione attraverso storie – come quelle che mostrano scenari futuri anche catastrofici - che, essendo ‘inventate’, permettano ai ragazzi di guardare al cambiamento climatico attraverso la rassicurazione di una distanza simbolica che sciolga la paura e aiuti a pensare. Le parole d’altra parte ci salvano sempre, e ciò che può essere detto e raccontato riesce sempre a oltrepassare il mutismo dell’impotenza e della rassegnazione. 

C’è un libro in particolare, nell’ambito della letteratura apocalittica, che per la sua qualità scientifica e letteraria potrebbe essere messo al centro di molte attività didattiche: si tratta del romanzo Qualcosa, là fuori, di Bruno Arpaia. Il suo percorso narrativo si svolge su due piani temporali distinti: da una parte c’è il terribile “viaggio della speranza” attraverso un’Europa completamente desertificata, che intorno al 2070 un’enorme colonna di ‘profughi climatici’ italiani compie per tentare di raggiungere clandestinamente l’unica zona del continente dove è ancora possibile vivere, cioè la Scandinavia; dall’altra, il racconto dettagliato (anche dal punto di vista scientifico) di come, nei decenni precedenti (a partire cioè quasi dai nostri tempi), si sia arrivati alla catastrofe, a causa dell’incapacità del genere umano di dare risposte adeguate a ciò che stava succedendo. Sia nel ‘presente’ (poco più di cinquant’anni da oggi), sia nei flashback che vi si alternano, il protagonista è Livio, un anziano ex insegnante che ha visto nel corso della sua vita il mondo che conosceva andare progressivamente in rovina: da quando era un giovane attivista ambientalista, e poi da neuroscienziato e professore universitario, padre e marito, vediamo scorrere la sua vita assieme alle trasformazioni che rendono progressivamente invivibili gli Stati Uniti, sua patria d’elezione, e Napoli, la sua città. Livio è sempre consapevole di quello che sta accadendo, e che conferma via via le sue peggiori previsioni, fino a che dopo aver perso tutto non si imbarca nell’impresa disperata di tentare di raggiungere la penisola scandinava. E qui ci sono incontri che, anche in un contesto senza apparenti orizzonti di futuro, restituiscono senso alla sua vita…

Questo libro è così accurato sul piano scientifico (si basa sulla consultazione di molti studi, non ultimi i rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e dell’European Environment Agency , considerati fin troppo ottimistici) e nella ricostruzione di scenari futuri raccontati con estremo realismo anche geografico, che dopo la sua lettura – pur trattandosi di un’opera di fantasia - gli studenti si trovano a conoscere quasi tutto ciò che occorre conoscere a proposito dei cambiamenti climatici e di ciò che sta accadendo al nostro Pianeta; ma, come accade con la lettura di un altro capolavoro della letteratura apocalittica, La strada di Cormac Mc Carthy (un padre e un figlio che cercano di sopravvivere in un mondo morto, dopo che una misteriosa catastrofe ha ucciso la Natura e gran parte del genere umano), riescono anche a chiudere il romanzo pieni di quella voglia di cambiamento, di vita e di futuro di cui abbiamo un disperato bisogno. 

 

Al link, due seri documenti della comunità scientifica che smentiscono le “tesi” negazioniste:

https://normalenews.sns.it/no-alle-false-informazioni-sul-clima-lettera-di-roberto-buizza-alle-piu-alte-cariche-istituzionali

https://ipccitalia.cmcc.it/ipcc-special-report-global-warming-of-1-5-c/