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“Questo libro non è solo un libro. Fa parte di un progetto per imparare tutti, nessuno escluso. E per imparare insieme, in modo cooperativo, a partire dalla realtà che ci circonda. Costruendo le competenze necessarie a essere cittadini consapevoli. Un progetto per imparare a 360°”.  

Che dire di questa sorta di umiliante e obbligata litania posta sulla copertina di un libro di per sé valido? Chi ha orecchie attente, coglierà qui tutti i capisaldi del vuoto Credo del didattichese, che ricapitola tutti gli articoli di fede, sotto forma di significanti che hanno perso ormai ogni contenuto reale: “progetto”, “imparare tutti”, “cooperativo”, “realtà che ci circonda”, “competenze” ecc. 

Il laico dio della sincronicità vuole che nello stesso momento in cui mi cade sotto gli occhi questa formuletta, io stia rileggendo integralmente La coscienza di Zeno e stia ragionando su alcuni passaggi significativi, anche minuscoli, che contengano “spie” dello stile allusivo e ambiguo di Svevo. Ecco, la vuota astrattezza delle parole riportate sopra e il minuscolo concreto frammento su cui invece sto ragionando, perché riveli nell’interpretazione (a me e domani alla mia classe quinta) il suo significato, con tutte le sue possibili connessioni (e quali competenze starò attivando per fare questo?), mi sembrano emblemi di un confronto impietoso tra il didattichese e quella che dovrebbe essere la didattica, cioè conoscenza, ragionamento, interpretazione di contenuti, ermeneutica.

"La casa MIA e CHI VI ABITAVA [maiuscolo mio] non dovevano servire ad esperimenti per i quali c'erano altri posti a questo mondo!" (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, cap. "La morte di mio padre"). Zeno Cosini, parlando con il dottor Coprosich, che ha in cura il padre moribondo e incosciente per un probabile edema cerebrale, protesta quando il medico si accinge ad applicare al paziente delle mignatte, che forse lo farebbero tornare cosciente (anche se, dice il dottore, una volta sveglio "potrebbe impazzire"); queste cure, dice Zeno, procurerebbero al padre solo un prolungamento di inutili sofferenze... In realtà, le parole che dice sono spia sottile di tutt'altro: vede il padre già morto con soddisfazione inconscia, tanto è vero che definisce MIA la casa (che in realtà era del padre; e la casa, dal punto di vista psicoanalitico, è un simbolo materno...), si sente già padrone, mentre il vero padrone è descritto, con inconsapevole squalifica, come "CHI VI ABITAVA". Il "tornare cosciente" inoltre porta con sé il terrore, in Zeno, che il padre possa rendersi conto della soddisfazione inconscia del figlio e della compresenza in lui di amore e odio, ormai affiorati chiaramente entrambi grazie all'approssimarsi dell'evento estremo della morte; e la minaccia che il padre possa "impazzire" lo rende ancora più minaccioso: potrebbe punire il figlio proprio sul piano irrazionale dell'odio, al di là delle convenienze sociali e di quelle dell'affetto... 

Ecco, questo per me è un esempio della differenza che c'è tra il ripetere sempre le stesse formulette astratte oppure cercare concretamente di ragionare e far ragionare; e infatti, il giorno dopo, quando ho proposto loro questa interpretazione (senza spiattellarla ma lasciando che ci arrivassero gradualmente, opportunamente indotti a pensare), gli studenti si sono interessati non poco e la loro attenzione si è accesa: però, che figlio di buona donna (loro, a dire la verità, hanno usato un’espressione un po’ diversa) questo Zeno, che desiderava che il padre morisse; e io a spiegare che non era proprio così, che c’è l’ambivalenza, che un conto è il piano cosciente e un conto quello delle fantasie inconsce; e comunque Svevo conosceva la psicoanalisi solo dai libri, ne dà una versione tutta sua e a volte è difficilissimo, a causa della tipica ironia sveviana e dell’impossibilità di rendere del tutto chiara la questione dei rapporti tra Svevo autore e Zeno narratore, dire quanto l’autore creda a ciò che racconta e cosa voglia realmente comunicare. Poi, al di là delle questioni specifiche, siamo arrivati a parlare con gli studenti dell’ambivalenza all’interno dei rapporti familiari e si sono aperte migliaia di connessioni: con le esperienze personali, il discorso sulle quali ha attivato certamente una forte componente emotiva; con storie letterarie, con grandi questioni culturali e storiche (i cambiamenti all’interno della famiglia nel corso del tempo, la Trieste dell’epoca, la psicoanalisi), il tutto senza accennare alle “competenze” che si mettevano in gioco, in realtà senza minimamente pensarci, nemmeno da parte dell’insegnante…

In generale, credo che a sentir recitare le litanie astratte come nella copertina riprodotta qui in foto ormai muoiano di noia sia i ragazzi che gli insegnanti. Gli studenti sono sempre più affamati di contenuti, di storie, di ragionamenti, e loro stessi non ne possono più di ragionamenti sul "come" - ormai formule vuote e standardizzate, a ricoprire stesso un nulla burocratico privo di ogni valenza educativa - che creano distanza anziché sintonia quando non siano impliciti, come avviene in ogni autentica didattica e trasmissione culturale.