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Lun, Mag

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Tornando ad affrontare la quotidianità, ci imbattiamo in tre casi interessanti (ovviamente camuffati per non renderli riconoscibili).

 

Nel primo siamo alle prese con due maestre preoccupate per la presenza di due bambini difficili e certificati.

Nel secondo incontriamo difficoltà relazionali tra colleghe che potrebbero avere origine nella peculiarità dei caratteri o in qualcosa di più serio.

Nel terzo ci imbattiamo in un giovane docente che fa immediata esperienza dei lati più ostici dei rapporti con un’utenza difficile e provocatoria.

 

Domanda: Gentile Dottore, ci troviamo, io e la mia collega di team (tempo pieno) a gestire una situazione difficilissima. Abbiamo in classe un bambino con diagnosi di autismo e disturbo oppositivo provocatorio DOP, seguito da sostegno, ed un alunno con diagnosi, da pochi giorni, di ADHD e DOP. La gestione del primo è nella norma, ma il secondo caso è davvero problematico. Dal momento che non vi è ricaduta negativa sull’apprendimento, almeno per ora (siamo in prima), non è possibile avere il sostegno, ma il comportamento è davvero, mi consenta lo sfogo, ai limiti della sopportazione. Il bambino rende quasi impossibile lo svolgimento di qualsiasi attività, non solo strettamente didattica, spesso aggredisce i compagni o genera liti (è necessario in molte occasioni fare da scudo per evitare che colpisca altri alunni) e, negli ultimi tempi, ha iniziato ad aggredire anche noi adulti con sputi, calci e pugni (non riconosce alcun ruolo degli adulti ed il suo rapporto con questi ultimi non differisce assolutamente da quello che tiene con gli altri scolari). Stiamo lavorando, proprio in questi giorni, alla predisposizione di un Piano Didattico Personalizzato da condividere, poi, con la famiglia, che, tra l’altro, mi sembra poco interessata a quello che succede a scuola, e ci stiamo documentando in tutti i modi su queste problematiche. Di fronte ad ogni nostra iniziativa o comunicazione, alla famiglia o al DS, ci viene detto che l’alunno si comporta così non perché vuole farlo, ma perché affetto da una patologia certificata. Tanto premesso volevo chiederle qualche consiglio: mi chiedo, dobbiamo solo aspettare che accada qualcosa di serio, a qualche bambino o a noi docenti? Io come tutela, almeno legale, ogni episodio di una certa gravità lo comunico ufficialmente per iscritto al DS. Faccio bene?

 

Risposta: Direi che urge incontro con lo specialista del bimbo e in seconda battuta un incontro a tre (se non a 4 col DS) in cui affrontare la situazione. Il lavoro deve essere d’equipe e concordato tra gli astanti. Questo solo è il modo di venirne fuori. Infine, come tutela legale va benissimo comunicare ogni cosa al DS, ma personalmente mi coprirei con apposita polizza assicurativa.

 

Domanda: Gentile dottore, la mia collega titolare ha lavorato il primo anno in cui era in anno di prova nei due anni a seguire è rimasta a casa (al Sud) per vari problemi. Per questo motivo lo scorso anno abbiamo avuto un turnover di supplenti e, da novembre di questo anno scolastico, una collega di 40 anni che non era mai entrata in una scuola ma pretende di porre le sue “regole” (pure in materia di privacy). Quando abbiamo avuto la pediculosi a scuola è stato un dramma! Abbiamo messo nella posta dei bambini l’informativa avvisando tutti i genitori di controllare i capelli, ma lei voleva mettere l’aceto direttamente sulla testa del bambino portatore. Emotivamente disturbata in quanto abbiamo discusso su una banalità del quotidiano scolastico ha voluto presente la capogruppo e ha fatto delle urla spaventose. Con i bambini fa patti del tipo: “Se tu mangi io ti do l’ovetto Kinder”. Non conosce ancora le persone ma pretende di comandarle tutte. Sparla di me dicendo quanto si trova male con la collega e con tutto il corpo docente: non solo dell’infanzia ma anche della primaria. Sono stanca di queste assurde situazioni che portano allo sfinimento. Grazie per l’attenzione.

 

Risposta: La relazione tra persone è impegnativa e spesso ancor più difficile quando si è (nuovi) colleghi. Nella fase iniziale conviene sempre essere cauti, rispettosi e accorti, attuando una lenta ma efficace semina per non spaventare la controparte che, soprattutto se appena arrivata, può sentirsi aggredita o peggio sotto esame perché alle prime armi. La reazione poi sarà tanto più brusca, rigida e imprevedibile quanto più la collega si dimostra essere una “caratteriale” o, addirittura, qualcosa di più. Il DS va tenuto sempre informato dei rapporti fra gli insegnanti e dei loro progressi. La tentazione più comune è quella di sconfiggere, schiacciare ed eliminare l’altro dalla propria vita professionale, ma l’indubbia vittoria consiste nell’affascinare, conquistare e tranquillizzare il collega in difficoltà vincendone paure e timori. È umano voler rifuggire dalle prove che la vita ci pone dinnanzi, ma quando riusciamo a superarle ci sentiamo veramente realizzati e fieri di noi stessi. Ovviamente non sempre è possibile.

 

Domanda: Gentile dottore, sono un docente di ruolo presso una scuola media di una provincia del Sud. Strano ma vero, pur essendo in servizio da poco più di un anno, ho già perso ogni interesse ed entusiasmo nei confronti dell’insegnamento. Il motivo principale di ciò è che sono di fatto diventato il bersaglio della derisione e degli affronti di alcuni ragazzini maleducati i quali, in alcuni casi, sono arrivati anche a formulare vere e proprie minacce contro la mia incolumità. Tutta questa situazione, che come potrà ben immaginare, è per me diventata difficilmente sostenibile, oltre ad avermi provocato un forte stato ansioso-depressivo (perdita di interesse verso ciò che più amavo fare, difficoltà di concentrazione, apatia, nervosismo latente, difficoltà a dormire, ecc.) mi spinge a considerare ipotesi di lavoro alternative alla attività didattica che oramai viene svolta a contatto con un pubblico che, come lei sostiene da tempo, è diventato sostanzialmente ingestibile sia sotto il profilo comportamentale che dal punto di vista del profitto, quasi sempre assolutamente inadeguato a causa del sostanziale disinteresse mostrato da larga parte degli studenti di oggi nei confronti della cultura. Le scrivo, quindi, per chiederle se posso contattarla telefonicamente per discutere con lei della possibilità di richiedere una visita presso la Commissione Medica di Valutazione del Ministero al fine di ottenere almeno una dispensa per inidoneità temporanea all’insegnamento e conseguentemente un’assegnazione agli uffici di segreteria scolastica o ad altra amministrazione pubblica. La ringrazio anticipatamente per l’attenzione.

 

Risposta: La sintomatologia che il giovane docente prova è reale e ben descritta (forte stato ansioso-depressivo, perdita d’interesse verso ciò che più amavo fare – in gergo medico si chiama “anedonia” – difficoltà di concentrazione, apatia, nervosismo, insonnia…), tuttavia ciò che colpisce è la breve esperienza lavorativa cui non si può ascrivere tutta la responsabilità del burnout. Nella testimonianza spicca l’assenza “dell’altro”, cioè di Virgilio che ti accompagna per quei gironi infernali che possono sembrare le classi di adolescenti. Questi ti cimentano, mettendoti subito alla prova per dimostrarti che quel rapporto asimmetrico che tu credi di avere a tuo favore è in realtà ribaltato. Un collega anziano che ti faccia da tutor, magari consigliato dallo stesso DS, può essere la chiave per superare timori e ombre che sulle prime appaiono smisurate. La via dell’inidoneità temporanea, o permanente, potrà venire magari in seguito, ma prima è bene ricorrere a semplici ed efficaci espedienti che non vanno trascurati.