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Mar, Mar

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Una paternità simbolica, lo straordinario rapporto che si crea tra un giovanissimo e un uomo maturo, la trasmissione della saggezza… L’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, La versione di Fenoglio (Torino, Einaudi, 2019), come il precedente Le tre del mattino, è l’umanissima storia di un incontro di crescita e di educazione, di una chiarificazione esistenziale reciproca tra generazioni diverse, l’una alla ricerca dell’altra.

- I problemi vanno tirati fuori, guardati negli occhi, risolti. Hai mai pensato di chiedere aiuto, un aiuto professionale?

- Si riferisce a uno psicologo o a uno psichiatra?

- Sì.

Giulio scosse la testa.

- Non riesco nemmeno a immaginare in che modo potrei parlarne ai miei genitori. Sarebbe una cosa inammissibile per loro. Addirittura più per mia madre che per mio padre.

- Io sono stato da uno psicoterapeuta.

Il ragazzo lo guardò con un’espressione di genuino sconcerto. 

- Lei?

- Ti stupisce?

- Un po’. È stato utile?

- Sì. Siamo tutti pessimi osservatori di noi stessi. Anzi, per essere più preciso: siamo tutti fra i peggiori osservatori di noi stessi. Uno dei motivi per cui conviene andare da un professionista è che nelle situazioni di disagio ti occorre un punto di osservazione estraneo e disinteressato su te stesso. La questione non è tanto che lo psicologo o lo psichiatra sappia incasellare il tuo problema in una specifica categoria di disturbo o addirittura di malattia. L’utilità fondamentale consiste nel percepire un punto di vista esterno su di noi. Qualcuno ascolta quello che diciamo e questo mette le cose in prospettiva, ci libera dalla sensazione di solitudine.

Io penso che leggere libri di questo tipo – libri di crescita, da sempre legata strutturalmente all’atto di raccontare e ascoltare - faccia molto bene al nostro lavoro di insegnanti; qui non si tratta solo delle tematiche che Carofiglio affronta, con il suo linguaggio asciutto e misurato (che potrebbe insegnarci molte cose anche su come si scrive) ma di un ‘metodo’ di scoperta di verità personali attraverso il dialogo educativo,  proprio quello che dovrebbe proporre la scuola, dove l’autorevolezza dell’adulto – anch’egli in continua ricerca e privo di certezze assolute - deriva dallo spessore (e lo spessore è sempre culturale) dell’esperienza umana che è in grado di proporre alle nuove generazioni. D’altra parte i ragazzi, anche quando lo nascondono, hanno un disperato bisogno del confronto con la parola degli adulti: se ne sono accorti negli ultimi tempi moltissimi scrittori e registi, dal Clint Eastwood di Gran Torino al Francesco Bruni di Scialla! e Tutto quello che vuoi, da Carofiglio (ne Le tre del mattino c’è la storia di un’intensa e delicata iniziazione maschile attraverso la riscoperta del rapporto tra un padre e un figlio diciottenne, che dopo anni di incomunicabilità, durante un viaggio a Marsiglia, si confessano reciprocamente fragilità, paure e debolezze) a Manzini – persino il “duro” Rocco Schiavone, nel romanzo Pulvis et umbra, compie un’adozione simbolica; non se ne sono accorti, invece, gli ottusi “riformatori” della scuola, troppo occupati nella definizione certosina e schizoide delle “competenze” e a frantumare nei tecnicismi l’unitarietà e la spontaneità del processo educativo per poterne cogliere l’essenza. Sembra che tutta l’odierna cappa burocratica che soffoca la scuola sia funzionale ad ostacolare il rapporto tra adulti e giovanissimi, basato proprio sulla trasmissione delle conoscenze e delle storie; ma un insegnante che non racconta non è più un insegnante. 

- Forse sono io a doverti ringraziare. Mi sono reso conto davvero di avere quelle storie e quello che c’era attorno e altro ancora che non è venuto fuori, ma che ho ritrovato solo perché ho parlato con te. Se non fosse accaduto, probabilmente sarebbe andato tutto perso senza che nemmeno me ne accorgessi. Le storie non esistono, se non vengono raccontate.

[…]

- Mi piacerebbe sentire altre storie del suo lavoro – disse Giulio, dopo qualche minuto, solo apparentemente cambiando discorso.

Fenoglio lasciò il manubrio e continuò a pedalare in scioltezza, guardando avanti.

-Storie. Ce ne sono tante, - disse.

 

 

 

 

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