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Mer, Giu

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Anche nella saggistica ci sono dei libri che vanno assolutamente letti per intero e che non possono essere riassunti, perché in ogni loro pagina c’è una verità appassionata che non può essere separata dal contesto in cui nasce, dalla realtà che descrive, dalle immagini in cui si incarna, dallo stile in cui è espressa. La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola va lasciato parlare con la sua voce; ci si accorge allora che – a parte qualche riferimento ormai anacronistico (alla SISS, al recupero dei debiti senza esame a settembre), e fatta la tara all’impossibilità di prevedere lo sviluppo ulteriore della tecnologia in questi ultimissimi anni – questo libro del 2004 centra perfettamente ed in maniera definitiva, in qualche caso addirittura profeticamente, il cuore delle ideologie che hanno portato alla devastazione della scuola come istituzione capace di trasmettere un tesoro inestimabile di saperi e di contenuti culturali, fino alla recente, dissennata proposta di non insegnare nemmeno più le discipline.

Riporto solo una parte del paragrafo “L’importanza del complemento oggetto”; ma ogni capitolo di questo libro estremamente articolato, con il suo umorismo leggero ed amaro, contiene storie, idee, immagini, riflessioni che oggi – dopo essere stati investiti dall’ondata del ‘didattichese’ – ci appaiono sorprendentemente nuove.

“Io insegno perché ho scelto, e cioè ho amato, la letteratura. Non è l’inverso: non è che io ho scelto di insegnare, e poi che cosa insegno non importa, è una casellina che riempiremo dopo a caso. Non è così: la materia viene prima, e solo poi viene il fatto che tu, proprio perché la ami, la studi e dunque, quando la sai, la insegni. 

Ogni insegnante sceglie il suo complemento oggetto [poco prima l’autrice aveva sottolineato l’importanza del ‘che cosa’ si insegna; ci ritornerà anche qui di seguito], cioè la sua materia del cuore. E diventerà quindi, in modo naturale, insegnante di scienze, di francese, di matematica…

Mi sembra di dire cose molto molto ovvie, ma oggi siamo in tempi in cui le cose molto molto ovvie hanno molto molto bisogno di essere dette.

Oggi l’accento è messo univocamente sul verbo ‘insegnare’: l’insegnante è uno che insegna, non è uno che ama una certa cosa e la insegna; l’insegnante deve quindi imparare prima di tutto, e direi esclusivamente, a insegnare. Così si dice in giro. Così, in giro, oggi impazzano convegni, studi, corsi e seminari sulla didattica dell’insegnamento. […].

Cos’è cambiato? Che prima si pensava così: basta che uno sappia bene la sua materia e la saprà insegnare di sicuro; si pensava, cioè, che il conoscere bene e a fondo la propria materia fosse di per sé un’assicurazione del saperla insegnare: si dava allora, evidentemente, molto valore alla conoscenza. Adesso invece si pensa: non importa che cosa uno conosce e non conosce, l’importante è che sappia insegnare. Ma insegnare che cosa? Nessuno pensa che il ‘che cosa’ sia importante: la materia, l’argomento, l’oggetto…il complemento oggetto. Si insiste sul verbo, e non sul complemento oggetto. Invece il complemento oggetto è importante. Direi che è l’unica cosa davvero importante: è stata la scelta della nostra vita, non mi sembra poco”.

Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, Parma, Guanda, 2004, pp.69-71 [passim].