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Lun, Lug

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1) A proposito di nuove metodologie, didattica per ‘competenze', ‘flipped classroom’, ‘cooperative learning’ (ma non c'erano parole italiane per dirlo?) ecc… Bisognerebbe cominciare a dire che la passione trova sempre da sé il suo metodo; viceversa, quando mancano la passione culturale e quella educativa, non c'è nessun metodo che possa sostituirle.

 

2) Spesso la “metodofilia” funziona così: si isola un aspetto di ciò che molti insegnanti fanno con naturalezza – ad esempio spingere i ragazzi a collaborare tra loro, sollecitarli a interagire con gli insegnanti, fargli applicare praticamente ciò che già conoscono o che stanno imparando, stimolarli a pensare in autonomia – lo si ASSOLUTIZZA, gli si dà un nome che faccia pensare a qualcosa di importante, di unico, di rivoluzionario e di “scientifico”, lo si fa diventare parte di un lessico tecnicistico che permetta a chi lo usa di sentirsi parte di una comunità e di usare quelle parole come una strizzatina d’occhio, che dovrebbe dimostrare di essere “aggiornati” (indipendentemente da quello che poi succede davvero in classe).

 

3) Va detto con chiarezza che un conto è il confronto, assolutamente indispensabile, con le esperienze altrui - da cui ciascuno può trarre ispirazione per il proprio lavoro – e con metodi consolidati di insegnamento che hanno già rivelato una certa validità; un altro conto è l’imposizione di vere e proprie mode didattiche, per adeguarsi alle quali occorrerebbe rinunciare alle proprie esigenze pedagogiche più profonde, a ciò che si ha davvero da dare (se si ha qualcosa da dare, ovviamente), all’autenticità e unicità della propria esperienza, al proprio stile di insegnamento.

 

4) Ciò che queste mode trascurano, in nome della “centralità dello studente” o dell’ideologia dell’insegnante come “facilitatore” (tipico esempio di definizione ovvia, altisonante e stupida al tempo stesso), è che la proposta di contenuti culturali e di norme educative da parte di un adulto autorevole è un bisogno che arriva dalla stessa struttura psicologica e affettiva delle persone in crescita. Non è rinunciando al proprio ruolo che l’insegnante può favorire la personalizzazione delle conoscenze o lo sviluppo delle “competenze” (parola che andrebbe cancellata dal vocabolario di ogni educatore), anzi: è proprio proponendosi come solido punto di riferimento che l’insegnante può favorire l’emersione di ciò che lo studente ha di più proprio da dare, del suo modo personale di apprendere; viceversa, in un contesto in cui tutto si muove, e anche gli adulti rinunciano ad essere tali, lo studente sprofonda in una confusione da cui non emerge nessuna reale caratteristica personale e nessuna creatività. Tutt’al più, ciò che emerge dalla confusione è un senso di rabbia, di vuoto, di onnipotenza (queste cose dovremmo saperle, alcune conoscenze approfondite di psicologia dell'età evolutiva dovrebbero far parte del bagaglio culturale di ogni insegnante; già, ma oggi la formazione non si fa con i libri, si fa con le slide che spiegano le ‘competenze’ e la ‘flipped classroom’…).

 

5) L’alunno al centro. A volte si ha l'impressione che "mettere l'alunno al centro" sia diventato l'alibi per evitarsi la fatica di spiegargli qualunque cosa, con la scusa che l’insegnante che spiega sarebbe ‘narcisista’... E intanto i ragazzini si guardano intorno, cercano disperatamente degli adulti che insegnino loro qualcosa e facciano loro da guida e non ne trovano. A volte ci si accorge del fatto che tra i più feroci spregiatori dei metodi “tradizionali” molti odiano i libri perché non ne leggono e detestano la lezione frontale perché - in fondo in fondo - non hanno niente da dire; insomma, forse non ci sono sempre motivazioni pedagogiche o didattiche alla base di alcune scelte...

 

6) Tra l'altro, le pedagogie “tradizionali” (che producevano spesso ottimi risultati) si basavano sul principio: "prima impari, poi fai". Così, per imparare a scrivere e soprattutto ad ideare, ad esempio, bisognava tra le altre cose leggere libri. Le 'nuove metodologie', invece, sembrano segnate da una fretta tecnocratica che non lascia il tempo per nessuna reale maturazione umana e culturale e che vuole insegnare direttamente le ‘competenze’ (rieccole), con un percorso forzatamente abbreviato. Tutto questo, con la finzione paradossale del 'mettere lo studente al centro del processo educativo' (leggi 'smettere di insegnare'): eppure è evidente che partecipando ad una vera lezione su Montale, nella quale l'insegnante parla non perché è narcisista ma perché oggettivamente ne sa di più, LEGGENDO insieme Montale, o Leopardi, o Machiavelli, interpretando insieme, lo studente impara qualcosa; 'producendo un PDF o un power point' su Montale col taglia e incolla, invece, non impara nulla. Sostituire qualcosa che funziona con qualcosa che palesemente non funziona, solo perché è “nuovo”, pretendendo tra l’altro che tutti facciano lo stesso, non è un segno di intelligenza ma di un inquietante conformismo.

 

7) Il problema è che fra cinque anni, quando la moda sarà cambiata, gli stessi docenti fanatici delle nuove metodologie a tutti i costi accuseranno chi professa le loro stesse teorie di oggi di essere antiquato, di non aver capito nulla... Io penso alle grasse risate che si faranno tra cinquant'anni - ammesso che allora ci sarà ancora qualcuno in grado di ridere e di comprendere - di fronte alle astrusità e al furore nominalistico del didattichese di oggi: dovrà fargli un po' l'effetto straniante che fanno a noi i libri di politica degli anni '30 o i volantini delle BR. È che non c'è niente di più effimero delle mode, specie quelle che pensano di incarnare il senso ultimo delle cose.

 

8) Il mito delle “nuove tecnologie”. Si dà per scontato che per coinvolgere gli studenti sia indispensabile il ricorso agli strumenti tecnologici che riempiono la loro quotidianità; c’è anche chi crede che la LIM possa sostituire la PAROLA dell’insegnante. A questo proposito, dovremmo ricordare sempre che gli studenti non cercano conferma di ciò che già conoscono e non hanno bisogno di adulti che li inseguano sul loro stesso terreno; cercano invece degli adulti che facciano loro da guida e aprano loro mondi diversi (nella fattispecie, il mondo della cultura, qualunque strumento si usi per trasmetterne i contenuti)  rispetto a ciò che hanno sotto gli occhi tutti i giorni e di cui percepiscono confusamente e con malessere l’insensatezza.

 

9) Un altro mito è quello dell’“interdisciplinarietà” che è diventata una formula stanca, astratta e priva di contenuti. È vero che i diversi campi del sapere non sono e non devono essere separati, che la cultura è una; ma è anche vero che i collegamenti tra le discipline, come tante altre cose, devono stabilirsi nella mente degli studenti DOPO che sia stato insegnato loro qualcosa e quando abbiano raggiunto una sufficiente maturità culturale. Presentare un cibo precotto interdisciplinare a priori – senza mettere gli studenti in grado di trovare LORO i collegamenti tra le discipline studiate – aumenta solo la confusione e nasconde il fatto che essi spesso non imparano nulla di nessuna disciplina.

 

10) In sintesi, chi crede di portare nelle scienze umane – ad esempio nel processo educativo - l’oggettività propria delle scienze naturali (che oggi, tra l’altro, non è data per scontata nemmeno in quelle) combina inevitabilmente dei disastri: l’educazione, la pedagogia, la didattica, richiedono esprit de finesse frutto, a sua volta, di un lungo percorso umano e culturale da parte dell’insegnante; non esistono formule magiche, automatismi, metodi applicabili a tutte le situazioni, “tecniche” che possano sostituire la cultura, l’intelligenza, il carisma e l’umanità dell’insegnante.