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Mer, Set

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A volte è inevitabile chiedersi: come mai tanti progetti di educazione ambientale lodevolissimi, ben pensati

e ben organizzati, lasciano spesso il tempo che trovano, finiscono per trascinarsi stancamente da un anno

all’altro, senza incidere davvero su una mentalità indifferente alle piccole e grandi devastazioni

dell’ambiente, da quelle più vicine a noi a quelle planetarie, e non cambiano niente nel mondo attorno a

noi?

Verrebbe da dire, con una sorta di marxismo di ritorno, che la stessa educazione può poco se non si

cominciano a cambiare concretamente abitudini e "strutture" della realtà in cui viviamo.

Il primo esempio lampante che si potrebbe fare in tal senso è il fatto che nella maggior parte delle scuole

non si fa nemmeno la raccolta differenziata, una vergogna assoluta... Come si fa ad educare al rispetto

dell’ambiente in luoghi in cui questo rispetto non viene praticato? I ragazzini sono tutt’altro che stupidi, e

colgono immediatamente la contraddizione tra il dire e il fare; eppure basterebbero solo un po’ di buona

volontà ed investimenti intelligenti (a fronte del fatto che si buttano milioni di euro in progetti totalmente

inutili, tipo quelli di formazione per gli insegnanti fatti con le slide…): oltre a una vera differenziata, ad

esempio, si potrebbe introdurre in tutte le scuole l'obbligo di utilizzare piatti, bicchieri, posate

biodegradabili ed ecoimballaggi essenziali nelle mense, nei bar e nelle macchine distributrici (di per sé

altamente diseducative, con la loro tendenza a ridurre lo stesso cibo a gadget); dov'è possibile, tenuto

conto della pericolosità del vetro e usando magari materiali appositi, bisognerebbe cominciare a

sperimentare modalità di vuoto a rendere e di riuso. Sarebbe un'opportunità educativa immensa, contro la

sciatteria folle e irresponsabile dell'usa e getta.

Questa necessità di agire su abitudini e comportamenti concreti, com’è ovvio, fa tutt’uno con il valore

all’educazione, che resta indispensabile. Certo, bisogna considerare il fatto che la scuola, come in molte

altre questioni, anche nell’educazione ambientale arriva in seconda battuta, quando già grandi danni

educativi sono prodotti e continuano ad essere prodotti dal contesto familiare, specie sotto forma di

esempio negativo.

Tenuto conto di ciò, cosa resta da fare alla scuola? Noi sappiamo bene che riuscire a trasmettere l'amore e

il senso della cura per i luoghi, per la natura, per il bene comune, per gli altri, per se stessi, è l'unica

possibilità di futuro che abbiamo. Eppure sembra che quando cerchiamo di comunicare questo senso di

urgenza assoluta ai nostri studenti, otteniamo in cambio una sorta di disincantata indifferenza. Come mai?

Eppure di fronte a notizie come “entro il 2040 i ghiacci dell’Artico saranno scomparsi…”, “l’innalzamento

delle temperature è vicinissimo al punto di non ritorno”, “isole di plastica grandi come nazioni…” non si può

più dormire, non dovremmo avere più pace, né noi né i nostri studenti, dovremmo smettere di pensare a

qualunque altra cosa e cambiare immediatamente il nostro stile di vita, fare la rivoluzione; invece… niente.

Già, forse perché prospettive così apocalittiche ci terrorizzano, e la nostra mente rifugge sempre da ciò che

le fa troppa paura; la paura è paralizzante, e ci lascia dentro un senso di impotenza. Potrebbe essere questo

il meccanismo difensivo da smontare, quello che porta ad un’incomprensibile forma di sordità e di

indifferenza e che coinvolge bambini, adolescenti e adulti.

Allora forse, più che puntare sulla paura, dovremmo fare del completo cambiamento del rapporto con

l’ambiente uno scopo di vita gioioso, vitale, stimolante; incanalare la rabbia verso chi sta distruggendo il

nostro pianeta, specie nella scelta di un modello di sfruttamento delle risorse basato sul guadagno per

pochi, in un continuo felice boicottaggio, fatto di divertimento nel colpire interessi economici criminali e

devastanti. Andarcene tutti in bicicletta, allora, diventerà parte di una guerra utile, sfrontata e divertente.

Questo senso di gioco, di vitalità e anche di ribellione potrebbe restituire ai nostri studenti la fiducia nel

fatto di poter fare qualcosa per questo mondo e di potersene assumere la responsabilità.