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Gio, Feb

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"La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 terzo comma cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone; l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità, nel reato di diffamazione, trova, infatti, la sua ratio nell’idoneità del mezzo utilizzato a coinvolgere e raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando – e aggravando – in tal modo la capacità diffusiva del messaggio lesivo della reputazione della persona offesa, come si verifica ordinariamente attraverso le bacheche dei social network, destinate per comune esperienza ad essere consultate da un numero potenzialmente indeterminato di persone, secondo la logica e la funzione propria dello strumento di comunicazione e condivisione telematica, che è quella di incentivare la frequentazione della bacheca da parte degli utenti, allargandone il numero a uno spettro di persone sempre più esteso, attratte dal relativo effetto socializzante. 

La circostanza che l’accesso al social network richieda all’utente una procedura di registrazione – peraltro gratuita, assai agevole e alla portata sostanzialmente di chiunque – non esclude la natura di “altro mezzo di pubblicità” richiesta dalla norma penale per l’integrazione dell’aggravante, che discende dalla potenzialità diffusiva dello strumento di comunicazione telematica utilizzato per veicolare il messaggio diffamatorio, e non dall’indiscriminata libertà di accesso al contenitore della notizia (come si verifica nel caso della stampa, che integra un’autonoma ipotesi di diffamazione aggravata), in puntuale conformità all’elaborazione giurisprudenziale di questa Corte che ha ritenuto la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 595 terzo comma cod. pen. nella diffusione della comunicazione diffamatoria col mezzo del fax  e della posta elettronica indirizzata a una pluralità di destinatari."

Questo il testo della sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 2 gennaio 2017. Non è chiaro se ci sia responsabilità indiretta in colui che gestisce il supporto su cui si consuma il reato, sia esso un sito, sia esso un forum o una bacheca social.

Su questo aspetto andrebbero fatte delle considerazioni in merito all'identità reale di chi scrive. Spesso ci sono molte persone che si nascondono dietro falsa identità e la usano come paravento per portare avanti messaggi diffamatori. 
Capita anche molto spesso nel nostro stesso gruppo, che ormai conta ben 73.000 docenti, di imbattersi in accese discussioni che degenerano in qualche parola di troppo. Questa sentenza mette in guardia tutti e forse potrà servire a calmare un po' gli animi di chi ritiene di abusare di uno strumento come i social per denigrare l'altro impunemente.