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Gio, Gen

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Non è passata neanche la pausa delle festività che ci troviamo a leggere sui quotidiani e ad assistere a interviste di esponenti di ANP che bocciano l'accordo sulla mobilità.
Per la verità piace poco anche a me ma il problema non è se piaccia o no. Ciò che desta molto stupore è la motivazione che evidentemente dimostra che da parte dei DS c'è una consapevolezza di perdita di potere.

Nelle interviste alla DS Cianfriglia e a Rusconi, vicepresidenti di ANP, emerge tutta la loro preoccupazione per la perdita di un potere che con la 107 avevano acquisito a piene mani: la possibilità di stabilire se un docente meritasse o meno di insegnare nella scuola da loro diretta. Una valutazione nel merito che non si capisce in base a quali competenze il DS sia in grado di effettuare su tutti i suoi sottoposti.
Facciamo un paio di considerazioni, facendo anche leva sulla prima esperienza di chiamata diretta a cui abbiamo assistito.
La prima riguarda i criteri discutibili che i DS hanno utilizzato nella selezione. Si ritiene molto improbabile che un Dirigente possa valutare con coscienza un insegnante di qualsiasi disciplina. Abbiamo anche assistito a colloqui surreali di docenti sessantenni rei solo di aver chiesto mobilità. Docenti con 30 e più anni di servizio, vincitori di concorsi e in possesso di titoli di cui molti dirigenti forse faticano anche a immaginarne l'esistenza. Al netto del potere delegato al DS, di certo non è stato uno spettacolo edificante per la scuola italiana. 
La seconda riguarda una forzatura: il PTOF, la sua triennalità, i docenti su potenziamento disponibili ma non coerenti con le richieste delle scuole, persino i Dirigenti che valutano e una settimana dopo sono in altro istituto o addirittura in pensione, sono il risultato di un meccanismo i cui pezzi difficilmente possono funzionare bene. Si, accade anche questo, visto che l'età media dei dirigenti scolastici supera il 60 anni, c'è un'alta percentuale di essi che annualmente va in pensione e lascia agli istituti scelte incompiute. 
E' evidente che il primo anno di applicazione ha decretato il totale fallimento di una pratica che rischia di prestarsi a logiche clientelari soprattutto, in particolari contesti.  Il combinato disposto di chiamata diretta e bonus merito da un lato ha prodotto un aumento esponenziale per il dirigente di un potere fine a se stesso, dall'altro è riuscito anche a creare profonde spaccature nel corpo docente tra i "bravi" e i meno"bravi", tra chi entra nelle grazie del dirigente e chi, contrastivo, ne rimane fuori.

Ultimamente sembra assistere a dirigenti che concepiscono l'istituto come una azienda di proprietà dove, i docenti non sono altro che meri esecutori delle loro indicazioni, ciò si evince anche nella buona scuola, dove non occorre sapere la disciplina, ma occorre saper far uscire le compentenze relazionali dei discenti, dove la lezione diventa solo un mezzo per costruire persone adatte alle regole di una fabbrica, dove la preparazione finale diventa non necessaria, basta saper essere bravi e diligenti operai, che rispettano i turni, la gerarchia, senza lamentarsi, pensando che il capo faccia sempre il tuo bene, per cui devi dargli il massimo.

Ciò che ancora non abbiamo avuto modo di verificare è la valutazione del dirigente, cosa rischia per aver fatto scelte sbagliate e chi controlla e vigila sul suo operato? Non sarebbe, forse, meglio riprendere l'idea di preside elettivo con incarico triennale? Forse potrebbe instillare in alcuni dirigenti una piccola dose di umiltà portandoli a pensare che anche le loro scelte possono essere oggetto di valutazione ed eventuale rimozione dall'incarico.