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Ci risiamo

Sembra una coincidenza ma a pensar male, come diceva qualcuno, forse ci si azzecca. La situazione di questi ultimi mesi ricorda quella dei tempi della legge 107 e del bonus merito. Un palliativo per convincere 800mila insegnanti che potevano arricchirsi facendo di più. Poi sappiamo come è andata a finire. Non sana competizione ma uso del bonus merito per premiare quelli del cerchio magico, quelli che hanno svolto incarichi burocratici che nulla hanno a che vedere con le competenze didattiche oggetto della valutazione.

L’ultimo aumento, quello del 2018, ricordiamo che inglobò una quota dei 200 milioni di euro destinati al bonus merito che venne così ridotto. Fu una trovata di qualche sindacato per aumentare di una decina di euro al mese lo stipendio di tutti.

Ciò che non si riesce a capire è che piuttosto che parlare di aumento di stipendio, sarebbe più corretto parlare di adeguamento dello stipendio all’aumento del costo della vita. Ci sono studi che dimostrano come negli ultimi 20 anni gli insegnanti abbiamo ridotto del 20% il proprio potere di acquisto. Un divario notevole che impoverisce sempre più la categoria e riduce l’appeal dello status di insegnante.

Uno stipendio da straccioni che non attira più

Non è il caso di meravigliarsi, infatti, se nella provincia di Milano manchino 5000 insegnanti tra sostegno e posto comune, a fine ottobre. Ciò a differenza di quanto dice il ministro Bianchi secondo il quale gli organici sono al completo. Lo stipendio degli insegnanti in alcune regioni non attrae più neanche i precari che non riescono neanche a sopravviverci.

La valutazione come scusa per un aumento ?

Parallelamente alla narrazione intorno all’aumento dello stipendio, qualcuno porta avanti quella sulla valutazione. E allora vengono fuori statistiche delle Fondazione Agnelli che criticano gli insegnanti, risultati Invalsi che tentano di valutare indirettamente gli insegnanti. Per carità, nessuno vuole valutare gli insegnanti per licenziarli, quindi a cosa dovrebbe servire la valutazione? Semplice, per avere un premio di “produzione”, termine brutto spesso usato nel contesto della scuola “aziendale”. Un premio che motivi un aumento di stipendio per pochi ma non per tutti. Qualcosa per farsi bastare pe esigue risorse economiche destinate alla scuola tra centinaia di miliardi del PNNR.

Una valutazione, quindi, finalizzata a premiare pochi con più fondi e lasciare inalterati gli stipendi del resto. Ma l’esperimento del bonus premiale lo abbiamo già vissuto sulla nostra pelle ed è fallito. E’ fallito miseramente come molti prevedevano. E’ fallito perchè non ha premiato che fa vera scuola tra le quattro mura di un’aula. Ha finito per premiare chi porta inutili scartoffie di titoli di cui non ricorda neanche il nome, corsi di ogni tipo, esperienze cui la scuola dà un peso come coordinatore, animatore digitale, responsabile di qualcosa… insomma, titoli legati a tutto fuorché all’impegno per il successo formativo.

Si premiava il docente impegnato altrove e non quello dedito alla didattica in aula. Si “premiava” chi per un incarico extra non poteva essere pagato con i fondi di istituto che nel frattempo erano finiti in un contenitore comune gestito dalla scuola capofila in cima all’ambito territoriale.

E adesso ci risiamo. Non volendo spendere 3 miliardi di euro (tanti ce ne vogliono per aumentare gli stipendi di almeno 200 euro mensili), se ne spendono meno ma destinati magari ad un insegnante su 10, quello che viene fuori da una valutazione tra l’altro discutibile.

Perchè è impossibile valutare per premiare?

Perchè, in fondo, il bonus premiale ha anche dimostrato l’impossibilità di una valutazione oggettiva dell’operato dell’insegnante. Non c’è una metrica valida che possa far emergere una valutazione degna di nota. E così come risulta impossibile valutare il demerito, così come risulta difficile licenziare quell’insegnante che palesemente sembra non essere in grado di insegnare (la giurisprudenza in merito è piena di casi che si sono risolti sempre a favore del docente anche il meno volenteroso), allo stesso modo risulta impossibile valutare il merito. Il nostro lavoro non è misurabile in metri quadri o in unità di produzione. Il lavoro di chi si occupa di cultura non può essere misurato in quantità e ogni tentativo di misurarne la qualità fallisce miseramente.

Se ad esempio si intende valutare l’impatto sugli studenti, ci si rende conto che lo stesso insegnante ha più successo con una classe e meno con un’altra, ciò per tanti fattori legati alla natura della classe.

Se si vuole misurare, come qualcuno suggerisce, l’approccio didattico e l’uso di nuove tecnologie, si sfora nella violazione dell’articolo 33 della costituzione secondo il quale l’insegnante eè libero di scegliere come insegnare. E questa libera scelta non può certamente essere oggetto di valutazione. Chi l’ha detto, poi che una lezione di italiano su Dante possa essere più valida se mediata dall’uso del PC o meno?

Del resto, occorre dire che qualsiasi collega sarebbe in grado di puntare spassionatamente il dito verso il docente che ritiene bravo, ma quando poi si intende legare questo giudizio ad un aumento stipendiale, tutto cambia perchè quel giudizio non si riesce ad intrappolarlo in una metrica oggettiva, pur essendo sicuramente fondato.

Abbandoniamo, quindi, l’idea della valutazione soprattutto in prossimità di un rinnovo del contratto, perchè sicuramente vogliono fregarci e con la promessa della carota al più bravo si rischia di bastonare tutti gli altri.

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