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Mar, Mar

didattica

 L'obiettivo dell'arricchimento lessicale, lo sviluppo delle competenze lessicali tramite la lettura, l'ascolto, la scrittura e la ricerca è una delle attività più utili e necessarie nella scuola di ogni grado. Tale attività prevede esercitazioni mirate, l'abitudine all'uso del dizionario, strumento essenziale per un processo di incremento delle competenze linguistiche.

L'arricchimento lessicale è un processo continuo, che non cessa nel tempo. Per questo motivo un insegnamento della lingua italiana destinato a dare i suoi frutti nel tempo non può prescindere dalla formazione della competenza necessaria per procedere a tutti i livelli, in autonomia e con gli strumenti adatti ad arricchire il proprio lessico. 

La lingua è un organismo vivo che, come tale, subisce uno sviluppo continuo, seguendo i cambiamenti della società, il progresso scientifico e le attività umane. Così si creano nuove parole per esprimere nuovi termini tecnici ecc. Queste nuove parole chiamate “neologismi” o col tempo diventano parte del lessico, o svaniscono dopo un certo periodo d‟uso. 

 Dopo una discussione nata in una classe di IV Liceo scientifico circa il recente dibattito sulla necessità di volgere al femminile o meno professioni o titoli come “avvocato”, “ministro” o “architetto” ho assegnato agli studenti di costruire un articolo sui neologismi. Ecco il lavoro di un’allieva, Rebecca Febbo, IV A del Liceo Scientifico Alessandro Volta di Francavilla al Mare, a.s. 2016/17.

La grandiosità della lingua italiana risiede nella sua duttile purezza ed armonia. Questo potrebbe apparire un ossimoro, dunque mi spiego meglio: ciò che è puro per mantenersi tale dovrebbe restare perennemente invariato, ma la lingua non può farlo, perché essa stessa è il riflesso di una società, di una cultura, di un pensiero, di un’abitudine comune che incessantemente cambiano nel tempo. Tuttavia, nonostante questa sua tendenza ad aggiornarsi necessariamente e continuamente, la nostra lingua rimane “pura et illustris”, ossia morfologicamente e sintatticamente corretta e rigorosa: a garanza di ciò esiste l’Accademia della Crusca, prima istituzione linguistica purista nel mondo (1583).   

In seguito all’invenzione del cosiddetto telettrofono, ad opera dell’italiano Antonio Meucci, nacque poi la parola telefono. Il progresso, per fortuna, non si interrompe mai, e negli anni sono continue le esigenze di nuovi termini, per descrivere una realtà contingente sempre nuova, che ci coinvolge tutti.

L’edizione 2016 del dizionario Zingarelli elenca e definisce 500 nuove parole, che portano il numero totale a oltre 144mila.  Tra questi neologismi, molti sono presi in prestito dall’inglese, lingua mondiale con cui si rappresenta l’intero patrimonio informatico, dai termini più complessi a quelli più comuni, derivanti dai social e di uso ormai quotidiano. Alcuni esempi?

 

·          Coding: programmazione di software per computer e web

·          Cheating: copiare durante una verifica a scuola

·          Bartender: barista addetto ai cocktail 

·          Criptomoneta: una moneta digitale, virtuale, che esiste solo nel web

·          Fotodepilazione: eliminazione dei peli superflui usando uno speciale tipo di luce detta ad alta intensità, che agisce sul bulbo pilifero 

·          Open toe: scarpe aperte sul davanti 

·          Cooking show: programma televisivo dedicato alla cucina  

·          Poltronismo: preoccupazione che hanno alcuni uomini politici di ricoprire incarichi, ossia di occupare poltrone 

·          Svapare: fumare sigarette elettroniche emettendo nuvole di vapore 

Nel nuovo dizionario ci sono anche più di 3.000 “parole da salvare”, che rischiano di essere abbandonate perché la lingua parlata (complici TV, giornali e social media) utilizza, al loro posto, sinonimi più facili ma meno espressivi. A mio avviso la bellezza della nostra lingua è proprio la sua vastità: pensate quante parole abbiamo a disposizione per definire un unico concetto: tanti sinonimi, termini simili ma non identici, ognuno con la sua finissima e quasi impercettibile sfumatura di significato. L’italiano è speciale. Basti pensare quante decine di opzioni abbiamo quando dobbiamo tradurre una parola inglese; disponiamo di un bene immateriale inestimabile. Tra le parole ahimè in disuso vi sono: obsoleto, diatriba, ingente, leccornia, ledere, perorare.

 Altri neologismi nascono per esigenza di uguaglianza dei sessi…

“In Italia numerosi studi, a partire dal lavoro Il sessismo nella lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato nel 1987 dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, hanno messo in evidenza che la figura femminile viene spesso svilita dall’uso di un linguaggio stereotipato che ne dà un’immagine subalterna rispetto all’uomo.” * All’origine di questo fenomeno vi è la storica discriminazione delle donne nel campo lavorativo (solo dal 1961 sono aperte alle donne la carriera nel corpo diplomatico e in magistratura). “Frequentissimo è infatti l’uso della forma maschile anziché femminile per i titoli professionali e per i ruoli istituzionali riferiti alle donne: sindaco e non sindaca, chirurgo e non chirurga, ingegnere e non ingegnera, ecc. Inoltre, in italiano e in tutte le lingue che distinguono morfologicamente il genere grammaticale maschile e quello femminile (francese, spagnolo, tedesco, ecc.), la donna risulta spesso nascosta “dentro” il genere grammaticale maschile, che viene usato in riferimento a donne e uomini. […]

 La Direttiva Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche ha rinnovato qualche anno fa (2007) la raccomandazione a usare in tutti i documenti di lavoro un linguaggio non discriminante e ad avviare percorsi formativi sulla cultura di genere come presupposto per attuare una politica di promozione delle pari opportunità. Molte amministrazioni hanno aderito a questo invito e la stessa Accademia della Crusca ha collaborato con il Comune di Firenze al progetto Genere&linguaggio e alla pubblicazione delle prime Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo.”  *

 

*citazioni di Cecilia Robustelli (scrittrice, linguista e docente all’Università di Modena), dal suo articolo di Marzo 2013 sul sito dell’Accademia della Crusca.

 

Per evitare confusione o disappunto – abbandonate il concetto di cacofonia per ora! – è utile tener presente le indicazioni suggerite da Cecilia Robustelli per la formazione dei termini relativi a professioni e cariche istituzionali (in Dizionario del 2012, di G. Adamo e V. Della Valle, in Treccani. Il libro dell'anno 2012, pp. 266-69, p. 269):

 

·          Le parole terminanti in -o, -aio/-ario mutano in -a, -aia/aria: architetta, avvocata, chirurga, commissaria, ministra, prefetta, primaria, sindaca

 

·          Le parole terminanti in -sore mutano in -sora: 

 

assessora, difensora, evasora, revisora

 

·          Le parole terminanti in -iere mutano in -iera: 

 

consigliera, portiera, infermiera

 

·          Le parole terminanti in -tore mutano in –trice: ambasciatrice, amministratrice, direttrice, ispettrice, redattrice, senatrice

 

·          Le parole terminanti in -e/-a non mutano, ma chiedono l'anteposizione dell'articolo femminile:

 

la custode, la giudice, la parlamentare, la presidente

 

·          Come sopra per i composti con il prefisso capo-: 

 

la capofamiglia, la caposervizio

 

·          Le forme in -essa e altre forme di uso comune vengono conservate: dottoressa, professoressa.

 

Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società, che – per fortuna – è mutato nell’ultimo secolo.  Diamo alla donna l’importanza che merita (poiché finalmente può dire di averla, almeno in gran parte, nello Stato). Ora che abbiamo ricevuto l’okay dall’Accademia, sta a noi il compito di usare questi termini, sicuramente più coerenti e confacenti alla realtà di oggi. Se non “suonano ancora bene”, fateveli suonare!

 

                                               Rebecca Febbo, IV A del Liceo Scientifico Alessandro Volta di Francavilla al Mare, a.s. 2016/17.

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