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Tempo di studio o tempo di gioco? Il rischio di identificare l'apprendimento con efficientismo didattico (Alain Goussot)

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La questione della relazione tra gioco e studio, tempo di gioco e tempo di studio, gioco e lavoro, divertimento e sforzo è una questione che attraversa tutta la storia dell'educazione. Dai tempi di Comenio e Montaigne per arrivare oggi con la scuola delle competenze dove per competenze si intende l'acquisizione efficiente di sapere applicabili a delle performances precise. La questione riguarda anche la vecchia questione del rapporto tra istruzione e educazione cioè del rapporto tra l'acquisizione di sapere e conoscenze e la formazione globale della persona e del cittadino.

Già Comenio nel 500' e Herbart nell'800 avevano risposto che per acquisire dei sapere e delle conoscenze occorre passare tramite la relazione, impostare dei sistemi comunicativi adeguati di comunicazione che possano suscitare motivazioni e interesse (e questo riguarda l'esperienza educativa che va ben oltre la pura istruzione). Tutto il movimento della cosiddetta Scuola Nuova con Adolphe Ferrière, Ovide Decroly e Maria Montessori ha sottolineato l'importanza dei momenti informali nella formazione e notato che il sapere parte dall'esperienza vissuta , esperienza nella quale lo sforzo dello studio è possibile se ha un senso per l'alunno e se attiva il desiderio d'imparare. Senza volere essere troppo lungo voglio anche ricordare la distinzione operata da Giuseppe Lombardo Radice , grande pedagogista italiano dei primi del 900', tra didattica e didatticismo: la didattica è per lui un processo vivo centrato sulla relazione tra bambini e tra bambini e maestro che vivono insieme una esperienza significativa , esperienza nella quale il maestro è come una guida benevola in sintonia con quello che sentono i ragazzi, il didatticismo è invece una procedura didattica standardizzata che mira all'acquisizione di abilità tecniche o conoscitive misurabili sul piano quantitativo. In una scuola intesa come comunità educante e inclusiva tutti i momenti, formali in classe e quelli informali durante la ricreazione, sono situazioni di apprendimento. Célestin Freinet , morto 50 anni fa, nei suoi "Saggi di psicologia sensibile applicata all'educazione" e nell'"Educazione del lavoro" notava come attività di gioco e attività di studio fossero un tutt'uno nella misura in cui il bambino è impegnato globalmente nella realizzazione di quella attività che lo spingono a fare uno sforzo e a mobilitire le proprie energie e capacità. Freinet parla di 'gioco-lavoro' e nota come non ci sia qui contrapposzione tra piacere e sforzo , anzi. Il gioco-lavoro attiva il bambino nell'acquisire quelle conoscenze e quel sapere, che è prima di tutto sapere dell'esperienza pratica vissuta , che servono nell'imparare ad imparare. E' anche quello che Freinet chiamerà il tatonnement sperimentale, un vero e proprio atteggiamento di ricerca e esplorazione nella relazione con gli altri e anche a contatto con la natura, attegiamento di ricerca che da sociale diventa ricerca interiore. Oggi quest'approccio è anche chiamato, riprendendo una espressione della Scuola Nuova, co-educazione, cioé costruzione dell'alleanza educativa maestro, bambini e contesto. Ovviamente sta agli inseganti come formatori e educatori guidare questo processo, mediare, organizzare e costruire, con i bambini che devono essere soggetti attivi, i contesti che possono favorire apprendimenti, sviluppo delle potenzialità, socialità e inclusione. Insomma per parafrasare Freinet il rapporto tra gioco-studio e studio-gioco è di complementarità e influenza reciproca nell'attività didattica se per didattica s'intende qualcosa di vivo e globale. In questa prospettiva anche le famiglie vanno coinvolte in quanto i gentitori sono esperti dei propri figli. Ultimo consiglio pedagogico: quella parte informale del processo di apprendimento, così importante per la crescita del bambino, andrebbe forse documentata meglio da parte degli insegnanti: questo potrebbe rassicurare dirigente e famiglie.

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